Quanto siamo piccoli! Piccoli mendicanti accidiosi in cerca di gloria. Sogniamo che il sapere dell'universo affluisca in noi fino ad inondarci l'anima e portarci chissà dove. Ahinoi, poveri stolti che con il piacere della conoscenza abbiamo la presunzione di ricucire tutte le ferite che i nostri demoni ci hanno lasciato. Siamo così tanto ossessionati dal nostro stesso riflesso al punto di non accorgerci che siamo corrosi, provando una fastidiosa invidia verso chi ben vive abbracciato a fragili certezze senza porsi un interrogativo.
I miei lavori su ewriters
domenica 1 dicembre 2013
giovedì 31 ottobre 2013
Incomplete
Pensieri in movimento. Sullo
sfondo uno di quegli ultimi caldi pomeriggi, che l’estate decide di donarci.
Pensieri pesanti come montagne, fragili
come una bottiglia di vetro, che cade, infrangendosi sul pavimento dell’anima.
Libri aperti e mai chiusi; sullo sfondo ora il destino, che spesso si accanisce
famelicamente contro chi nulla avrebbe da chiedere, se non la serenità.
Pensieri, pensieri e ancora pensieri. Un girotondo sgradevole tra tutto quello
che non hai fatto, quello che vorresti fare e quello che, tanto si sa, non
farai mai. Il tempo che passa, lo stomaco che brucia; il piacere diventa il
silenzio nel continuo frastuono.
mercoledì 25 settembre 2013
Burn, burn!
Feelings: Testa vuota, sguardo assente. Al centro l'eterno contrasto tra l'essere e il voler essere. "Dimostriamo ciò che non siamo per dimostrarci di poterlo essere".
Thoughts: L'immaginazione come rifugio della ragione: a volte abbiamo bisogno del paradosso per comprendere la sintesi di ciò che facciamo finta di non capire.
Duality: L'uomo che si divide tra pensiero e azione, tra ciò che vorrebbe e quello che si impone. Come un perenne collidere; quasi come meteore che si scontrano ai confini di due universi paralleli...
Thoughts: L'immaginazione come rifugio della ragione: a volte abbiamo bisogno del paradosso per comprendere la sintesi di ciò che facciamo finta di non capire.
Duality: L'uomo che si divide tra pensiero e azione, tra ciò che vorrebbe e quello che si impone. Come un perenne collidere; quasi come meteore che si scontrano ai confini di due universi paralleli...
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giovedì 12 settembre 2013
La vita è un viaggio in Circumvesuviana (breve racconto della cara Emanuela Colombo)
E’ straordinario constatare quanta vita ci sia in un treno. Ci sono mille
facce e mille storie.
C’è chi parte per un viaggio, chi torna, chi va a lavoro. Chi magari va dai genitori anziani, chi torna da scuola, chi va al cinema. Chi va dal suo amore, chi torna perché con questo amore ci ha litigato. Chi semplicemente non ha nulla da fare, chi è nervoso e sfoga così la sua rabbia, chi va a passare la notte fuori con i compagni di una vita. E poi ci sono io, anonima ragazza, con anonimi vestiti, che va ad un funerale.
Preciso: non sono una che in genere va a queste celebrazioni, anche perché io e la Chiesa non siamo molto amiche, ma questa volta era necessario. Dovevo e volevo andarci. Anche se non avevo ancora realizzato l’atto in sé.
C’è chi parte per un viaggio, chi torna, chi va a lavoro. Chi magari va dai genitori anziani, chi torna da scuola, chi va al cinema. Chi va dal suo amore, chi torna perché con questo amore ci ha litigato. Chi semplicemente non ha nulla da fare, chi è nervoso e sfoga così la sua rabbia, chi va a passare la notte fuori con i compagni di una vita. E poi ci sono io, anonima ragazza, con anonimi vestiti, che va ad un funerale.
Preciso: non sono una che in genere va a queste celebrazioni, anche perché io e la Chiesa non siamo molto amiche, ma questa volta era necessario. Dovevo e volevo andarci. Anche se non avevo ancora realizzato l’atto in sé.
E’ straordinario constatare quanta vita ci sia in un funerale. Sembra un
paradosso, nevvero? E invece è così. Lascia stare le lacrime, lascia stare che
quello che purtroppo ormai non c’è più aveva solo 26 anni, lascia stare tutte
queste cose e concentrati sui particolari: le magliette colorate, i palloncini,
le risate sottili degli amici che ricordano quell’evento particolare, la
bellezza delle locandine di tutti i suoi spettacoli teatrali. I colori, quei
pochi tra la valanga di nero e grigio.
Ed è in questi momenti maggiormente che è straordinariamente triste
constatare quanto può essere breve la nostra vita. Lo diceva anche Seneca, nel
suo splendido De brevitate vitae, che
guarda caso è la cosa che ricordo con più piacere dei tempi del Liceo e che mi
gironzola in mente da ieri notte. E in particolare, mi viene in mente un passo,
che recita così:
“Ognuno brucia la sua vita e soffre
per il desiderio del futuro, per il disgusto del presente. Ma chi sfrutta per
sé ogni ora, chi gestisce tutti i giorni come una vita, non desidera il domani
né lo teme. Non c'è ora che possa apportare una nuova specie di piacere. Tutto
è già noto, tutto goduto a sazietà. Del resto la sorte disponga come vorrà: la
vita è già al sicuro. Le si può aggiungere, non togliere, e aggiungere come del
cibo ad uno già sazio e pieno, che non ha più la voglia ma ancora la capienza.
Non c'è dunque motivo di credere che uno sia vissuto a lungo perché ha i
capelli bianchi o le rughe: non è vissuto a lungo, ma ha esistito a lungo.”
Io so che lui, la sua vita, non l’ha bruciata, perché ha vissuto più lui in
26 anni che chiunque altro. Ha esistito poco, ma vissuto a lungo, per
riprendere il Maestro romano. Ed è lui che dovremmo prendere come esempio, per
vivere davvero. Lui, che non si sentiva mai abbastanza – e per questo motivo si
impegnava sempre a fondo – e che era una delle poche persone che credono ancora
in quel 10% di possibilità.
Positivo. Pensare positivo. Sempre.
Positivo. Pensare positivo. Sempre.
Anche io vorrei farlo in questo momento, mentre scrivo e le lacrime mi
rigano ancora il volto. Perché aspetto
ancora che lui stia solo recitando uno dei suoi copioni, che questa volta
l’abbia scritto davvero bene, il suo teatro dell’assurdo, e che stia ridendo di
sottecchi, per poi spuntare all’improvviso con la telecamera e dire “Buona la
prima!”. Anche se so che non potrà succedere.
Vorrei avere la stessa forza che hai sempre avuto tu. In generale, non solo
oggi e in questo giorni.
Vorrei anche io affrontare la vita di petto, farle vedere che posso essere più forte di lei.
Però io purtroppo non sono te. Tu che mi dicevi che ci sono cose di me silenziosamente belle, sguardi che ti acquietano nel travaglio della giornata, l’abbraccio perfetto nel mentre di ogni cosa… voglio lasciarti tutte queste cose.
Per vederti finalmente sereno, perché ora so per certo che lo sei. Ti prometto che lo sarò anche io.
Vorrei anche io affrontare la vita di petto, farle vedere che posso essere più forte di lei.
Però io purtroppo non sono te. Tu che mi dicevi che ci sono cose di me silenziosamente belle, sguardi che ti acquietano nel travaglio della giornata, l’abbraccio perfetto nel mentre di ogni cosa… voglio lasciarti tutte queste cose.
Per vederti finalmente sereno, perché ora so per certo che lo sei. Ti prometto che lo sarò anche io.
Alla fine la vita è come un viaggio Sarno- Napoli in Circumvesuviana: un po’ disastrata, incontri gente, ne conosci di nuova, c’è chi si ferma prima, chi arriva intatto alla meta, chi deve cambiare binario. Diciamo che tu hai solo fatto un cambio treno. Ci rivediamo a Napoli, Clà…
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Grazie ad Alessandro Chianese per l'illustrazione |
sabato 7 settembre 2013
Destination Unknown
E’ proprio vero, non si va da
nessuna parte. Ogni giorno ci affanniamo a raggiungere obiettivi che poi,
all’improvviso, ci sembrano totalmente fuori dalla nostra portata. Ma non importa. Abbiamo la
stessa fame di chi non ha mai vinto e l’arroganza di chi questo mondo lo vuole
cambiare davvero. Siamo quelli che, troppo spesso, si sentono bruciare,
incapaci di reagire alle ingiustizie di un sistema di
massificazione che tenta di annientare il nostro essere e di svilire la
nostra essenza. Siamo sognatori, oddio quanto lo siamo! E come ogni sognatore
ci abbracciamo al nostro mondo, con la passione più pura, unico vero fuoco che
non si spegne in questo soffocante buio di incertezze.
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Grazie ad Alessandro Chianese per questa illustrazione |
sabato 24 agosto 2013
Like a rolling stone
Siamo solo il semplice
prodotto di reazioni chimiche miste a sensazioni...e sangue...e
cervello...forse. Passiamo le nostre giornate a immaginare il nostro
futuro. Un giorno vorresti essere qui, un altro lì, magari diventare questo o quello. Ah il futuro, che maledizione! Quotidianamente a ingegnare qualcosa di
nuovo; qualcosa che tanto, domani si sa, diventerà una pessima idea (ma quando ho pensato di
scrivere queste cose?!). Cassetti ormai ricolmi: ci mettiamo troppi sogni, troppe
speranze; ci agitiamo troppo e spesso inutilmente, per la semplice paura che il mondo possa decidere se e
quando toglierci tutto. Forse abbiamo le ore contate e non lo sappiamo neanche. Ma continuiamo a progettare a immaginare, a pensare. Siamo
noi i fautori di quel destino che, beffardo, troppo spesso, si trasforma in una
triste ampolla per i pesci rossi.
mercoledì 24 luglio 2013
Innervision
Scaraventare via tutti i miei fogli: questo vorrei. Andare via, lontano, senza sapere dov’è che
il mio viaggio si arresterà. Nessun malessere. Forse un certo senso di
ribellione; sicuramente una ricerca introspettiva. E’ quando non sai dove stai
andando che hai l’opportunità di ritrovare ciò che pensavi di aver perso. Tutte
le cose più care, le emozioni, le esperienze e le paure. Tutte lì. Ferme e immobili a scrutarti e ad accompagnarti durante il cammino. E’ per esse che
siamo ciò che siamo: uomini o donne; audaci o vigliacchi; gloriosi o
miserabili. Questo è l’unico bagaglio di cui ho bisogno. La meta, beh, quella
chi la può conoscere? Seguiamo le stelle vecchio mio, in fin dei conti ognuno
di noi si è già perso a modo suo.
giovedì 4 luglio 2013
Blank page
“Immaginiamo che un individuo viva due periodi, 0 e 1…”
Maledetto foglio bianco, condanna per chi ha tanto da dire,
benedizione per chi non saprebbe neanche come riempirlo. I pensieri sono più
veloci dei razzi e altrettanto potenti possono tornarti contro. Maledetto.
Eppure quante gioie, quante speranze può nascondere uno stupido foglietto: una
lettera di ammissione all’università che sognavi, una pagella, la vincita di un
concorso, o chissà che. Quanto si può essere disperati a parlare con un foglio?
E se fossimo solamente dei sognatori? E se davvero riuscissimo a trasformare
questo foglio in una nave, un aereo, ma che ne so, una navicella spaziale? Dritti
nello spazio! E chi ci prenderebbe più?! Maledetto foglio: troppe volte impari
come riempirlo e tutte le volte non è mai il modo giusto. Ma si, perché non
scrivi bene, perché hai una brutta calligrafia, perché il contenuto è povero,
perché, si, tutti noi siamo poveri. Poveri di conoscenze, di passioni, poveri
di amore. Amore! Che parolone… e se scrivessi una lettera d’amore su questo
foglio?
Così passiamo le nostre giornate, così ci consumiamo più
veloci di questo foglio bianco. Maledetto.
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Grazie ad Alessandro Chianese per l'illustrazione |
mercoledì 26 giugno 2013
Further on up the road
“I’m the passenger…”
Un’altra partenza, un altro
addio, un altro tramonto alle spalle e un nuovo sole di fronte. E ancora, cuori
che si sciolgono in un caffè amaro; amaro come un amore fatto di “arrivederci”,
amaro come un tiro di dadi per decidere se andare o restare. Spendiamo la
nostra vita in un continuo andirivieni senza sosta, in bilico tra ciò che era,
ciò che potrebbe essere e ciò che sarà; tra i pochi si, i tanti no e i troppi
maledetti forse. Consumiamo svegli le nostre notti per paura di sprecare il
nostro tempo. Tutto è così veloce e noi siamo sempre dannatamente indietro: un
popolo di eterni secondi che affogano le loro frustrazioni in un sorriso finto.
Oh cara la mia luna! Tu, tu che da secoli hai l’onere di farci sognare; tu che da
lassù brilli raggiante su un meraviglioso soffitto di stelle. Quante volte ti
ho guardata, quante volte avrei desiderato, anche solo per un attimo, sentire il
tuo abbraccio luminoso, freddo e candido allo stesso tempo. Tu che da sempre
fai credere a chi ti guarda che il mondo si può cambiare se lo si vuole. Tu,
ancora, ti porti la croce di guidare le nostre ambizioni e osservare i nostri
fallimenti, mentre rimuginiamo a mani vuote. Riempici della tua luce, che,
anche se riflessa, ci aiuta ancora a sognare.
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Grazie ad Alessandro Chianese (questa volta in maniera particolare) per l'illustrazione |
martedì 4 giugno 2013
The world is yours!
Caspita come cambiano velocemente
le cose: oggi sei a casa tua impantofolato a rallegrarti della monotonia della
tua esistenza e il giorno dopo sei su un bus, una metro o una zattera (che Dio
ti benedica) a cercare fortuna chissà dove. Non possiamo che arrenderci a ciò
che la provvidenza ci ha riservato, che sia l’ultimo piano di un grattacielo o l’ultimo
quartiere di qualche lontano paese dell’est. Il problema più grande è che,
nonostante tutto, non sappiamo qual è il menù del giorno, il piatto che ci sarà
servito, né tanto meno possiamo sentirne il profumo o la sgradevole puzza.
Allora che si fa? Io non riesco a stare seduto aspettando che qualcuno mi serva il peggior piatto del
secolo. Eh già. Se non si è sicuri di come andranno le cose non si pensa mai
che tutto andrà per il meglio: chissà che oggi non ci facciano mangiare merda.
E voi come me (ne sono sicuro). L’unico modo che abbiamo per uscire da questo
tormento, è quello di guardare in alto: sperare, credere, combattere. Ogni
mattina mi alzo e, lungi dal voler parafrase discorsi noti ai più, so che dovrò
combattere. Ma no. Combattere con gli altri è troppo facile. Relativamente.
Forse. In ogni caso, la lotta più dura da affrontare è quella con sé stessi. Ci
vuole coraggio anche solo a guardarsi allo specchio e sapere che ciò che si fa,
lo si sta facendo con la giusta voglia, la giusta tenacia e soprattutto con la
giusta motivazione. Ogni mattino è una strafottutissima interrogazione: in
palio non c’è un 10 o un 30 (o anche quello magari), ma qualcosa in più. C’è
che se sai di voler ciò per cui stai lavorando, studiando, ambendo o
rincorrendo in ogni modo, allora tutto ti arriverà. Qui si parla di speranza, è
ovvio. Ed è ovvio che, tuttavia, probabilmente nella migliore delle ipotesi non
avremo mai ciò per cui, con tanto fervore, ogni mattina andiamo a prendere a
testate lo specchio. Allora sarà colpa dello stato, dell’università, delle
opportunità mancate, degli interventi non fatti e di quelli che, porca troia,
vorresti fare. E ti senti soffocare da questa ingiustizia, da questo
scarabocchio che è stato fatto sulla tela della tua esistenza da qualche pazzo
mendicante che si rifugia chissà dove. A prenderlo quello! Tanto vale
continuare a lavorare e guardare le stelle, speranzosi che quello che oggi ci sembra
uno scarabocchio sia semplicemente un quadro astratto di valore inestimabile.
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Grazie ad Alessandro Chianese per questa illustrazione |
domenica 2 giugno 2013
We're burning down the clock
Lo sappiamo tutti che il concetto
di tempo è qualcosa di relativo: le attese spesso sembrano interminabili e ciò
che ci fa stare bene si affretta a scomparire. A questo punto non è la stessa
felicità un concetto relativo? E la vita allora? Gli amici, gli amori, i giochi
e le serate passate a far baldoria in un attimo diventano polvere. Fiuh. Un’istantanea,
un semplice ricordo. Non puoi fare nulla per fermare il ciclo degli eventi e
tutti i tuoi vani sforzi ti torneranno indietro al pari di un’onda che si infrange
sul più fragile dei castelli di sabbia. Quello siamo noi. E a ogni tentativo di
riemergere dalle ondate dei ricordi che ci erodono nella maniera più crudele,
non possiamo far altro che stare fermi lì, impotenti, con un sorriso spento ed
un senso di amarezza nel cuore.
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Grazie ad Alessandro Chianese per l'illustrazione |
martedì 7 maggio 2013
Rollercoaster
Il mondo è pieno di gente strana. In realtà, forse è pieno di gente e basta. E’ all'ordine del giorno conoscere persone nuove, andare al bar con vecchi amici ed, in generale, avere dei rapporti sociali di ogni tipo. “L’uomo è un animale sociale”. Ma talvolta si sente il bisogno di stare lontani da tutti. Soli con sé stessi, preferendo la solitudine ad un affollato nulla. Eh beh si, perché, si sa, non sempre essere circondati da amici o comunque da persone fa bene e sempre più spesso i discorsi sfumano nel grigio della monotonia o delle formalità, dei finti sorrisi o delle frasi fatte, trasformandosi, di fatti, in un semplice nulla. Sarà per questo motivo che unica fuga è quella di chiudersi nel proprio, di mondo. La scrittura, la lettura, la musica o semplicemente la riflessione sono le forme più gettonate per scappare dalle routine che affliggono la nostra generazione (probabilmente non siamo la prima generazione a soffrire di questo malessere, ma poco importa). Ogni tanto ti verrebbe di buttare il cellulare o di spaccare il portatile perché semplicemente vuoi staccare la spina e disconnetterti dal mondo intero; entrare nel tuo e rimanerci, lasciando, anche con un certo egoismo, che gli altri si fottano. Sei tu il padrone e al tempo stesso l’unico utente della tua giostra. Ed è divertente continuare a girare e girare, tenendosi forte ai propri pensieri, dando sfogo alle proprie fantasie, rigettando in maniera quasi infantile i doveri, gli oneri e i rapporti con l’esterno. Non c’è nulla di male in fondo: essere padroni del proprio mondo. I ricconi miliardari comprano delle isole pur di sentirsi appagati in questo senso. Eppure, è palese la relazione che c’è tra le due realtà. Senza il mondo reale non avremmo un nostro mondo introspettivo. D'altronde, non avremmo bisogno di una stanza buia e isolata se là fuori, alla luce di una splendida giornata, non ci fosse qualcosa che ci turba. Ogni pezzo della giostra è semplicemente una sorta di proiezione inversa di ciò da cui scappiamo. Ciò che non vogliamo vedere o semplicemente ciò che non abbiamo il coraggio di cambiare. E la giostra, il lunapark, il cazzo di mondo che vi pare, è tanto più grande quanto maggiore è il numero delle cose da cui ci allontaniamo, delle persone da cui scappiamo e degli affari che rimandiamo. Per quanto possa far bene crearsi un proprio mondo, però, talvolta sarebbe meglio uscire da quella stanza buia, spalancare porte e finestre e dimostrare che possiamo essere padroni di entrambi.
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Grazie ad Alessandro Chianese per questa illustrazione |
lunedì 29 aprile 2013
Midnight in loneliness
La strada deserta; le luci fredde di una stazione di servizio e una chitarra distorta che ti spara dalle orecchie dritto al cuore l'unica cosa che di familiare ti è rimasta nel'isolato grigiore dell'asfalto caldo di pneumatico sul quale cammini. Le ombre e gli spiriti fedeli compagni di marcia attraverso ponti e strade cariche di un forzato verde che, per quanto di mattina possa sembrare rassicurante, la notte rabbrividisce. Pensi davvero che questi alberi si macchino del tuo sangue? E in ogni caso, sarebbe poca roba rispetto a quello che noi facciamo quotidianamente a loro. In questo notturno silenzio nulla può turbarti, se non quella sorta, o sottospecie, di malessere che ti assale e che la solitudine può solo acuire. Quello strano malessere che ti fa pensare a tutto il peggio che c'è su questa terra. Quello stesso che hai tentato di lavar via con una bionda, o una rossa; quello con cui silenziosamente hai continuato a combattere tutta la sera, senza che nessuno potesse accorgersene. Sei stato abile. Molto. Ma adesso che sei da solo, non ti salverà un sinuoso bicchiere di birra. E la compagnia? Beh, a quella non hai mai creduto fino in fondo. Perciò ti appigli a quel ritmo furioso che imperturbabile continua a riecheggiare dentro di te. Non è la musica. È semplicemente quella fottutissima voglia di vincere questo dissidio interiore.
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Grazie ad Alessandro Chianese per l'illustrazione |
mercoledì 27 marzo 2013
Notte
Il cielo si presta ad essere un panorama mozzafiato sull'intero universo; la luna maestosa e raggiante offre all'uomo, da secoli, il sogno di navigare in lungo e in largo per le vie del cosmo in cerca di nuovi pianeti da esplorare. Allo stesso tempo è forte la voglia di andare lontano e guardare la terra dall'alto, librarsi nel vuoto ed essere padrone del caos cosmico che lo circonda, con la pretesa, quasi perversa, di dimostrarsi invincibile. Un vero e proprio centro per il resto dell'universo. È per questo, che sempre di più, l'uomo ha paura della morte.
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Grazie ad Alessandro Chianese per l'illustrazione |
domenica 24 marzo 2013
The Race
Le corse, i gran premi, le competizioni automobilistiche o motociclistiche in generale, spesso offrono al loro pubblico emozioni forti. L'asfalto incandescente, il rombo dei motori che tuona per tutta la pista o il tracciato. Quando uno dei veicoli si avvicina lo senti eccome! Eppure a me queste corse hanno sempre trasmesso sentimenti contrastanti: da un lato mi eccita vedere sorpassi, testacoda, cadute o semplicemente riléevare la velocità dei diversi veicoli-missile che sfrecciano nella pista; dall'altro lato, cazzo, non entrerei mai in una macchina che tocca oltre 300km/h con il rischio di ammazzarmi. Invece i piloti si. La loro vita dinanzi alla passione, all'ardore della corsa, alla competizione estrema non può che ridursi ad un effimero mezzo per raggiungere il traguardo. E' quanto è dura vedere per primo quella bandiera a scacchi! Settimane di preparazione; ingegneri e tecnici che, insieme ai piloti, escogitano la strategia migliore per vincere. Il centesimo di secondo ti fotte, mettendoti di fronte alla dura verità riguardo alla relatività del tempo. Lo stesso concetto di tempo si perde nella sua volatilità. Non conta più infatti, lo scoccare della lancetta dell'orologio, né tanto meno l'altezza del sole all'orizzonte; qui contano i battiti del cuore, l'adrenalina, l'amore. Amore per la propria passione, sembra ovvio. Non importa quanta tensione ci sia in pista, davanti agli ostacoli, ai ritardi, a quella maledetta chicane, il pilota deve avere il polso fermo, la testa ed il cuore per poter superare tutto e salire, quantomeno, su uno dei primi tre gradini del podio. Ai perdenti non resterà che rodersi il fegato, fottersi il cervello per non essere riusciti ad arrivare in tempo. Tuttavia, nessuno di loro si arrenderà e tutti si prepareranno per la successiva gara. Non arrendersi. Si. Non arrendersi è proprio il miglior modo per entrare con fierezza nel proprio veicolo e tagliare, almeno integro, la linea del traguardo, sia che si tratti di una competizione o della tua stessa vita.
domenica 17 marzo 2013
In the crowd
Mescolarsi alla folla. Essere una
goccia nell'oceano di individui che nella totale indifferenza continuano a
vivere le loro esistenze. Non è male
immergersi in tutto questo. Davvero. Osservare il via vai di persone impegnate nel
fare qualcosa fa in modo che quel legame invisibile tra te e il mondo non si
spezzi. Nonostante i passi, le risa, le chiacchiere posso leggere in maniera
chiara i miei pensieri e tutto quel chiasso pian piano diventa un armoniosa
melodia che accompagna la mia lettura. Non importa quanto le riflessioni siano
profonde. L’importante è che io possa sedermi sul mio stesso fegato e leggere
indisturbato tutto quello che voglio. Nessuno può interromperti perché nessuno
ti conosce. Forse il vero motivo che abbiamo per volerci mimetizzare in questa
calca, in questo infinito brulicare di individui è che vogliamo dimostrare che
anche le nostre vite siano normali, che anche noi abbiamo qualcosa da
fare: non siamo dei reietti che stanno
fino a mezzogiorno a letto; noi abbiamo
da fare. Dobbiamo mettere a posto un po’ di cose, un po’ di pensieri. Dobbiamo
scegliere cosa tenere e cosa buttare. Cazzo quanto è difficile buttare qualcosa!
Ti verrebbe di tenere tutto, ma, a furia di conservare, il tuo scaffale
potrebbe rompersi. Non è uno scaffale di legno e se si rompe puoi farti male,
molto male. Perciò prendi quei pensieri, quelli impolverati, quelli che hai
deciso di nascondere e smetti tu stesso di nasconderti. Per quanto sia bello l’anonimato
e il calore della massa, devi dare a qualcuno la chance di prendere qualche
libro da quello scaffale.
giovedì 14 marzo 2013
Mostri moderni
“I’ll see you on the dark side of the moon…”
Cosa siamo? Cosa
crediamo di essere? E cosa, invece, vorremmo diventare? Ogni giorno c’è
qualcuno che vomita modelli e stili di vita stereotipati: “Lo studente
modello”; “il marito ideale”; “La famiglia perfetta”; “L’uomo dell’anno”. E noi
tutti, fermi davanti allo specchio ad immaginarci in una o in un’altra vita;
sempre quella perfetta s’intende. E’ nel momento in cui ci sentiamo
insoddisfatti, sopraffatti da tali modelli, che tendiamo a quella
irrealizzabile, quasi folle, perfezione. Cancelliamo tutto ciò che, agli occhi
del mondo, non è compatibile con il nostro “way
of life” del momento e sotterriamo tutto ciò che appartiene all’uomo/individuo
come tale, accontentandoci di esistere piuttosto che essere. Tutto ciò che
cerchiamo di annegare, però, riemerge in qualsiasi forma. Una sorta di
boomerang. E’ nel nostro inconscio che si nasconde, nel buio pesto delle cose
dimenticate. Ogni istinto, ogni perversione, o qualsiasi altra cosa che
cerchiamo di reprimere per essere “Il lavoratore dell’anno”, “l’artista del
secolo”, “l’uomo perfetto”, si nutre delle nostre ambizioni. Quasi come un
parassita difficile da annientare, principalmente perché impossibile da vedere.
Eppure c’è. Esiste e con il tempo ti divora, rendendoti vuoto o pazzo (o anche
entrambi allo stesso tempo). Il vuoto e la pazzia faranno sì che tu sia
discriminato e alienato. Arrivato proprio in quel punto di non ritorno, forse
era meglio rallegrarsi di essere se stessi.
“There is no dark side of the moon really.
Matter of fact It’s all dark.”
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(Grazie ad Alessandro Chianese per l'illustrazione) |
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